La nascita
Circa 50 anni fa, Audemars Piguet rivoluzionò i codici estetici dell’industria orologiera con il Royal Oak (Modello 5402), il primo esclusivo segnatempo sportivo in acciaio. La cassa venne interamente rifinita a mano e ospitava il famoso calibro 2121, un movimento a carica automatica con indicazione della data, più piatto della sua epoca.
L’ Audemars Piguet Royal Oak, viene presentato dalla Audemars Piguet al salone di Basilea del 1972.
Il periodo non era proprio florido sia per l’umanità che per l’orologeria.
Infatti quest’ultima, si vedeva ad affrontare l’invasione del quarzo, che dal Giappone, arrivava feroce e spietato, mandando in crisi l’intera produzione elvetica.
Molte delle Case produttrici, all’epoca, videro abbassarsi drasticamente la produzione e i fatturati, mentre il quarzo raccoglieva consensi e plausi di tutte le classi sociali.
Anche le Case più blasonate si videro in seria difficoltà, quando prese alle strette, dovettero ingegnarsi con qualcosa di rivoluzionario.
Anche Patek Philippe scelse una strada ancora inesplorata con il suo Nautilus, mentre Omega si chinò verso l’elettronica.
Rolex invece continua per la sua strada, anticipando addirittura i tempi del dopo crisi.
L’intuizione

Allora il nostro Paese era ancora il trend setter nel campo dell’orologeria e si pensava, a ragione, che ciò che funzionava in Italia avrebbe funzionato nel resto del mondo.
In quel periodo l’Audemars Piguet era guidata da Georges Golay, a capo dal 1969 e rimasto fino alla sua scomparsa nel ’87, che diede fiducia alla lungimiranza di De Marchi.
E Golay fece una seconda mossa azzeccata: chiamò il guru del design orologiero, Gerald Genta, per commissionargli quella “missione impossibile”.
L’idea che arrivò dall’artista, era un orologio che unisse un metallo “povero” come l’acciaio, ma che avesse una lavorazione di qualità superiore come si faceva solo per l’oro, e che presentasse linee potenti che emanassero una sensazione di tecnica qualità.
Arrivò così la forma ottagonale, scelta per i suoi lati corti che non si staccavano troppo dalle rotondità consuete dell’epoca.
Arrivarono anche le viti sulla lunetta, le quali avevano ispirato Genta dopo averle viste nell’oblò del casco di un palombaro.
Viti funzionali e bene in vista sulla lunetta, un segno che ancora oggi contraddistingue il Royal Oak.
Anche il bracciale si presenta come un capolavoro integrato alla cassa, ad opera della Gay Fréres, azienda tra le più famose degli anni 50 e 60.
In una notte

Detto fatto. Nell’arco di una notte o poco più, Gerald Genta mise su carta i dettagli stilistici che avrebbero caratterizzato un’era, non solo il Royal Oak: la lunetta ottagonale, le sue otto viti di fissaggio esagonali, la guarnizione ben visibile, il bracciale integrato di altissima fattura, il quadrante con motivo “petit tapisserie”. La cassa era da 39 mm (che gli valse il soprannome ancora attuale di Jumbo, dati gli standard delle misure dell’epoca) e l’orologio era spesso 7 mm.
Royal Oak
Il nome Royal Oak (quercia reale) ha origini nel lontano 1651, quando Carlo II d’Inghilterra, trovò rifugio dalle truppe di Cromwell, sopra ad una quercia, dove rimase per tutta la notte.
La quercia prese così il nome di “quercia reale”, e segnò un nuovo punto di partenza per la riconquista del trono.
Per commemorare questo aneddoto, la Marina Militare Inglese, tra il 1769 e il 1914, ha battezzato delle navi con il nome di Royal Oak, dove troviamo su una di queste, uno scafo in legno di quercia e gli oblò dei cannoni di forma ottagonale serrati da viti.


